
Il turismo sostenibile in montagna non è più soltanto una questione ambientale: riguarda il modo in cui scegliamo di vivere, attraversare e raccontare i territori. Oggi sentieri, vallate, malghe e piccoli borghi sono sempre più esposti alla pressione del turismo di massa, dei social e della ricerca continua del luogo perfetto da fotografare.
La domanda, allora, non è soltanto dove vogliamo andare, ma come vogliamo vivere la montagna senza consumarla.
Nell’agosto del 1963 un giornalista osservava, in un albergo del Cadore, turisti vestiti da montanari che non mettevano mai piede su un sentiero. Sessant’anni dopo, un post diventato virale su Instagram racconta la stessa scena con parole nuove. Cosa ci dicono, insieme, sulla montagna di oggi?
Quello che lo colpisce non è il paesaggio, ma le persone intorno a lui: quasi nessuno, tra gli ospiti, cammina davvero, scala, arrampica. Eppure tutti indossano la stessa uniforme non ufficiale, tra velluti e scarponi mai sporcati, come se il costume potesse sostituire l’esperienza: in albergo, scriverà, si trova circondato da gente travestita da montanari veri, robusti, autentici.
La sua conclusione è tagliente: la vacanza in montagna, per la maggior parte di quei turisti, non è una vera fuga dalla città. È la città che si sposta in quota, portandosi dietro le stesse logiche di consumo, solo travestite da autenticità.
«Trovo tutti in divisa da gente solida, forte, rustica»
Alberto Cavallari, Corriere della Sera, 4 agosto 1963
Sono passati oltre sessant’anni. Le funivie sono più veloci, i social hanno sostituito le lettere agli amici, e la “divisa da montanaro” oggi probabilmente si chiama softshell tecnico o piumino griffato. Ma la domanda che Cavallari poneva implicitamente, cosa cerchiamo davvero quando saliamo in quota, è tornata centrale nel dibattito pubblico, e non riguarda solo le Dolomiti.

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Il numero e il sintomo
Nell’estate del 2026 un post pubblicato su Instagram è diventato virale proprio provando a raccontare questa stessa tensione con il linguaggio di oggi, citando come fonti dati della Provincia autonoma di Trento e di ISPAT sui flussi turistici 2025: pernottamenti in Trentino ben oltre i venti milioni l’anno, code alle Tre Cime di Lavaredo che nei giorni di punta arriverebbero a diverse migliaia di persone al giorno. Sono cifre che, come sempre quando si citano dati di seconda mano, andrebbero verificate alla fonte primaria prima di essere prese come definitive; restano comunque un’istantanea coerente con quello che chiunque frequenti le montagne italiane d’estate percepisce da anni: certi luoghi non reggono più il proprio successo.
È una scena che si ripete, con nomi diversi, lungo tutto l’arco alpino e oltre: le Cinque Terre, Zermatt, Chamonix, ma anche sentieri appenninici o pirenaici diventati “instagrammabili” nel giro di una sola stagione. Il turismo di massa in quota non è più un’eccezione: è diventato la norma.
Ma qui il ragionamento di oggi e quello di Cavallari, a sessant’anni di distanza, si toccano: il numero di turisti è il sintomo più visibile, non necessariamente la causa più profonda. Strade, impianti di risalita, parcheggi, hotel: buona parte dell’infrastruttura che oggi regge, o non regge, l’overtourism è stata pensata, finanziata e costruita da decenni di scelte pubbliche e private, non dal singolo escursionista con lo zaino nuovo. Chiudere un passo o contingentare l’accesso a un rifugio può aiutare, ma somiglia più a un cerotto che a una cura.

Quello che scompare mentre i turisti aumentano
C’è un secondo livello della questione, meno fotografato, che meriterebbe più attenzione: mentre i numeri del turismo di massa crescono, la montagna abitata si svuota. In Trentino, come in molte altre aree alpine, una parte consistente delle malghe ha chiuso negli ultimi decenni. Con ogni malga che chiude non sparisce solo un’attività economica: sparisce chi cura i pascoli e mantiene quella biodiversità che il bosco, lasciato andare, tende progressivamente a cancellare; sparisce un sapere pratico, fatto di gestione del bestiame, del terreno, del clima di quota, che non si trova nei libri e che sempre meno persone hanno interesse, o possibilità economica, a imparare.
Stipendi più stabili a valle, servizi che si allontanano dai paesi di montagna, il prezzo del latte deciso altrove: il mestiere del malgaro, ridotto a un lavoro senza reali tutele, smette di essere qualcosa che si trasmette da una generazione all’altra. È un fenomeno che riguarda l’intero arco alpino, e in forme spesso ancora più marcate gli Appennini e altre catene montuose italiane, dove lo spopolamento è talvolta persino più avanzato che sulle Dolomiti.
Il paradosso è netto: più la montagna viene consumata come immagine, meno viene abitata e curata come luogo.
Un’invenzione recente
Vale la pena ricordare che l’idea stessa di montagna come paradiso incontaminato da raggiungere per rigenerarsi è, storicamente, piuttosto giovane. Fino al Settecento la montagna era percepita perlopiù come luogo ostile, da attraversare più che da abitare per piacere. È con il Romanticismo, con i primi resoconti ottocenteschi di viaggiatori-alpinisti come l’inglese Leslie Stephen, che si costruisce quello sguardo urbano sulla montagna “pura” da ammirare e poi, molto più tardi, da fotografare: uno sguardo che, come hanno osservato antropologi come Annibale Salsa, ha spesso ridotto chi la montagna la abitava davvero a semplice sfondo del paesaggio.
Cavallari lo intuiva già nel 1963, quando descriveva la vacanza in quota come una sorta di grande supermercato in cui si acquista la natura come prodotto disintossicante. Il meccanismo, sessant’anni dopo, si è solo aggiornato: al posto della cartolina, lo scatto da condividere; al posto del velluto, il tessuto tecnico. Ma la struttura di fondo, cercare un’esperienza autentica attraverso mezzi che la rendono comoda, sicura e riproducibile, resta sorprendentemente la stessa.
Allora cosa si può fare, davvero
Non crediamo che la risposta sia smettere di andare in montagna, né colpevolizzare chi ci sale per un weekend. La risposta, se esiste, sta probabilmente nel modo in cui ci si sale: rallentare, informarsi prima su dove ci si trova, scegliere quando possibile rifugi, guide e attività che rimettono tempo, attenzione e risorse nell’economia reale della montagna, non solo in quella dell’immagine.
Significa anche accettare che una malga non è un ristoro panoramico ma un presidio, che un sentiero non è uno sfondo ma un ecosistema, e che chi vive in quota tutto l’anno ha da insegnare qualcosa che nessuna app e nessun carosello possono davvero sostituire. È esattamente il terreno su cui, come associazione, proviamo a muoverci ogni volta che costruiamo un’esperienza outdoor: non un consumo rapido del paesaggio, ma un tempo condiviso dentro un territorio, insieme a chi lo abita, non solo davanti a chi lo fotografa.
Fonti: Pietro Lacasella, “Nel mio albergo quasi nessuno arrampica, scala, cammina…”, L’AltraMontagna – Il Dolomiti, 23 agosto 2026, che riporta un articolo di Alberto Cavallari sul Corriere della Sera del 4 agosto 1963; post Instagram di @plastiq0, 23 agosto 2026, che cita a sua volta Annibale Salsa (Paesaggi delle Alpi, Donzelli 2019), Leslie Stephen (The Playground of Europe, 1871), dati di Provincia autonoma di Trento e ISPAT sul movimento turistico 2025 e della Fondazione UNESCO Dolomiti sui flussi alle Tre Cime di Lavaredo. I numeri citati in questo articolo andrebbero verificati sulle fonti primarie prima di essere ripresi altrove.









